“Emozioni e caffè: Cambiamento”

“Emozioni e caffè: Cambiamento”

Sfatiamo, innanzitutto, un luogo comune, ovvero che ogni cambiamento porti insito in sé il concetto di miglioramento. Sarebbe bello poter cambiare sempre e solo in meglio, ma le due cose, spesso, non coincidono. Ne abbiamo avuto un chiaro esempio anche recentemente, quando l’evidenza dei fatti ha smentito ogni più ottimistica previsione. Mi riferisco a questo lunghissimo periodo di sofferenza e difficoltà in cui, da un anno a questa parte, è caduto il nostro Paese, a causa della Pandemia da Covid-19.

Ricordate, quando tutto è iniziato e, fiduciosi e ancora pieni di energia, proclamavamo a gran voce: “Ne usciremo tutti migliori!”? Niente di più inesatto, e ormai tutti se ne sono resi conto. La paura, lo stupore, la malinconia, la noia, per alcuni l’ansia, l’incertezza, la rabbia, sono emozioni che sicuramente tutti abbiamo provato e che indubbiamente ci hanno cambiati, ma non in tutti i casi ci hanno modificato in meglio. Anzi, è ormai evidente come a un’emergenza di tipo sanitario, se ne sia affiancata una a carattere psicologico, più subdola e in apparenza meno evidente, ma sicuramente non meno grave.

Il concetto di cambiamento, va quindi analizzato nella sua vera essenza. Cambiamento è trasformazione e ogni trasformazione va sempre considerata una crescita, un arricchimento. Ciò che risulta fondamentale, però, è averne la consapevolezza, altrimenti ci troviamo di fronte a una mutazione passiva, priva di significato.

A modificarci sono gli eventi? Le circostanze? Le persone che incontriamo o alle quali ci affianchiamo? Assolutamente no. Sfatiamo quindi il secondo luogo comune: nessuno ci cambia, siamo noi gli artefici di ogni nostra trasformazione.

Il cambiamento nasce dall’esigenza di soddisfare un nostro nuovo bisogno, di esprimere un lato di noi che forse prima non conoscevamo, di dar voce a un’esigenza che prima non avvertivamo o non sapevamo di avere, ma in ogni caso è la conseguenza di una nostra libera scelta di crescita personale, anche se a volte non ne siamo consapevoli.  E, spesso, consapevoli non lo sono nemmeno coloro che ci circondano, i nostri affetti più cari.

Quante volte vi sarete sentiti dire “Non ti riconosco più”, “Ti hanno lavato il cervello”, “Sei diventato un altro”. No, nessuno ci ha fatto un incantesimo per trasformarci, semplicemente abbiamo scelto di essere noi stessi e nessuno di noi (si auspica!) rimane sempre uguale.

Il cambiamento giunge sempre al termine di un percorso, di un processo formativo personale che si attua attraverso i tre passaggi canonici: sapere, saper fare, saper essere.

Prima, cioè, devo conoscere me stesso e la condizione in cui mi trovo, per comprendere se e come voglio modificare qualcosa di me; poi devo sperimentare il modo per farlo e capire come riesco a mettere in atto il cambiamento; infine, devo metabolizzare la mia trasformazione e renderla non un episodio sporadico, casuale e transitorio, bensì un nuovo habitus, una conquista, una parte di me, una condizione stabile che mi rappresenta. Poi, certamente, come dicevamo all’inizio, può capitare che il cambiamento sia un peggioramento, ma anche questo va visto come una fase di transizione, perché a volte, il fare un passo indietro ci consente di riprenderci e ripartire con la rincorsa. Nulla quindi del cambiamento va disprezzato, guardato con sospetto o rifiutato, perché ci racconta qualcosa di noi, ci racconta che possiamo crescere, rigenerarci, autodeterminarci, “addirittura” essere felici. Il tutto, sempre a condizione di essere consapevoli di quanto ci accade e di non pensare che le cose avvengano per caso.

Se ciò che facciamo non ha una motivazione valida, risulta essere un gesto del tutto inutile. Ad esempio: cambiereste mai marca di caffè, così, tanto per provare? Non credo proprio, soprattutto se prima di farlo vi verrà in mente quanto avete letto nelle prime righe di questo articolo: attenzione, non sempre si cambia in meglio!

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