“…giusto il tempo di un  caffè…” per scoprire le emozioni

“…giusto il tempo di un caffè…” per scoprire le emozioni

Tra le sette emozioni base che tutti noi sperimentiamo nella vita quotidiana, già nell’Ottocento Darwin aveva inserito anche il Disgusto (le altre, ricordiamolo, sono: paura, rabbia, gioia, tristezza, disprezzo e sorpresa). Pur essendo statisticamente la meno provata, questa emozione è tuttavia tra le più riconoscibili, in quanto viene manifestata attraverso un comportamento molto evidente ovvero con mimiche facciali e gesti ben precisi.

Pensate, ad esempio, al bambino cui viene somministrata una medicina “cattiva”: sul volto gli si legge chiaramente la non volontà di ingurgitarla e il suo dissenso si accompagna, per lo più, al pianto o al tentativo di allontanare con la manina il cucchiaio che la mamma gli porge. Il disgusto infatti (insieme a disprezzo, tristezza e paura) è una di quelle emozioni che “allontanano”, ovvero che tendono a frapporre uno spazio tra noi e l’oggetto che ci disturba, tanto che, a livello scientifico, è stata definita: una repulsione alla prospettiva d’incorporazione orale di una sostanza dannosa o offensiva” (Rozin e Fallon 1987).

Possiamo quindi individuare nella repulsione l’elemento caratterizzante del disgusto e le motivazioni per cui proviamo questa sensazione sono diverse. In particolare, ne esistono di 3 tipi :

1) basandoci sul cattivo odore/sapore/sulla consistenza o sull’apparenza dell’elemento che abbiamo dinanzi, ci convinciamo che esso possieda proprietà negative (repulsione sensoriale-affettiva)

2) immaginando che l’ingestione di quella sostanza possa provocarci danni fisici (crampi, intossicazioni, malattie gravi, ecc.) o danni sociali e morali (come nel caso della religione Induista che non consente di mangiare cibo toccato da chi appartiene a una casta inferiore), la percepiamo come disgustosa per non ingurgitarla (repulsione anticipatoria)

3) conoscendo la natura, l’origine o la provenienza di un determinato oggetto o sostanza, ci basiamo esclusivamente su questi elementi per considerare disgustoso mangiarla (repulsione ideologica).

Soprattutto quest’ultimo caso, dimostra come il disgusto sia fortemente connotato da caratteristiche di tipo culturale e morale, oltre che fisico e, al pari delle altre emozioni, anche questa ha una funzione specifica che molti di noi non conoscono.

Contrariamente a quanto si crede, infatti, esiste un forte legame tra il disgusto e il concetto che abbiamo di noi stessi. Ciò che noi riteniamo disgustoso non rappresenta un pericolo per la nostra integrità fisica, non ci spaventa, non ci fa paura, ci fa semplicemente provare ribrezzo, perché minaccia il senso della nostra dignità personale, dove per dignità dobbiamo intendere il diritto che ci attribuiamo di appartenere ad un gruppo, specifico o astratto e quindi, alla stessa Umanità.

Quello che noi chiamiamo “pensiero magico” ovvero il processo mentale in base al quale giustifichiamo le associazioni tra un soggetto e un oggetto non attraverso una logica razionale di causa-effetto, bensì  illudendoci di poter influenzare la realtà secondo desideri, pensieri e azioni personali, è ciò che porta lo psichiatra ungherese padre della teoria olistica della personalità, Andràs Angyal, ad affermare già negli anni ’40 che  “quando una sostanza disgustosa oltrepassa il confine del nostro sé corporeo, ciò implica una contaminazione del Sé e di conseguenza uno svilimento di sé.”

Il detto quindi “siamo quello che mangiamo, utilizzato non solo per gioco, ma supportato da studi scientifici e condiviso da “persone adulte, occidentali, intelligenti e colte” (Nemeroff e Rozin 1989), ci fa comprendere sia il perché siamo così diffidenti ad assaporare sostanze distanti dalla nostra cultura, sia restii a metterci in discussione, compiendo scelte azzardate nel cibo o nelle bevande.

Ma allora…vuoi vedere che quando, bevendo un caffè, storciamo il naso e posiamo la tazzina è perché abbiamo dimenticato di metterci lo zucchero?

 

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