“…giusto il tempo di un caffè…” per scoprire le Emozioni: la Paura

“…giusto il tempo di un caffè…” per scoprire le Emozioni: la Paura

In questo strano tempo, modificato nei ritmi e nelle abitudini da un nemico invisibile che ci fa compagnia, certamente non mancano i momenti per stare con noi stessi e riflettere. Quante giornate tutte per noi, quanti caffè sorseggiati in salotto in solitudine, quanti incontri mancati, impegni rimandati, occasioni perdute… Ma il bicchiere non è mai solo mezzo vuoto.  Questo strano tempo  ci ha regalato proprio il tempo: la lentezza, l’opportunità di pensare, il privilegio di poter assaporare il gusto di ciò che proviamo, senza essere costretti a quella consueta bulimia di emozioni da cui siamo solitamente affetti nella nostra quotidianità. Provare, usare, gettare. Questa volta infatti, forse per qualcuno a malincuore, possiamo permetterci molto più di una pausa caffè per scoprire le nostre emozioni…

Capita che in una stessa giornata sperimentiamo tutto lo spettro emotivo di cui disponiamo, passando dalla tristezza che ci infondono le immagini che vediamo, alla rabbia per non essere liberi nei nostri movimenti; dal panico per una possibile escalation della pandemia, alla gioia per una buona notizia che ci arriva.

Capita che il nostro disgusto, per qualcosa o qualcuno, venga affiancato dal senso di vergogna per aver trasgredito qualche regola, o che una piacevole sorpresa abbia il sopravvento sulla noia che accompagna le nostre giornate. Ma tutto questo, ancora una volta, ci deve far riflettere sul ruolo di assoluta responsabilità che noi stessi abbiamo per ciò che proviamo.

Le emozioni ci appartengono, sono le stesse per tutti: perché dunque ognuno di noi sceglie di provarne di diverse, nei medesimi momenti e di fronte agli stessi stimoli?

Prendiamo ad esempio la paura. Sappiamo che ogni emozione ha un suo scopo preciso e, nello specifico, la paura ha quello di preservare l’incolumità della vita, permettendo la sopravvivenza della specie. Stiamo tutti vivendo una situazione di emergenza, improvvisa, inaspettata e soprattutto determinata da una causa ancora poco conosciuta, eppure stiamo assistendo a reazioni difformi e contrapposte tra loro. C’è chi rimuove l’idea di pericolo, scavalcando apparentemente il problema dell’aver paura, anche se così non è, perché la rimozione è semplicemente un meccanismo di difesa, implicito e inconsapevole, rispetto a una paura che sarebbe altrimenti difficile da gestire.

C’è invece chi trasforma la paura in un’ansia anticipatoria per il futuro, chi sconfina nel panico, chi è pervaso da senso di angoscia, tipico stato d’animo attivato da qualcosa che si teme, ma non si conosce. Le conseguenze non sono da sottovalutare, perché incidono non poco sulla vita di chi mette in atto queste strategie e contemporaneamente, su quella di chi vive accanto a loro. Mi riferisco, per fare alcuni esempi, a manifestazioni di paura quali l’ipocondria, dove si vive non perseguendo più uno scopo positivo, bensì cercando di evitare una negatività (la malattia), adottando condotte esasperate. Oppure, esempio utile da citare in questo frangente di Coronavirus, la rupofobia, cioè la paura dello sporco, che ci spinge alla pulizia compulsiva di qualunque ambiente o di noi stessi. Esiste però anche un risvolto, su cui vorrei porre la vostra attenzione: quello dell’evitamento sociale. Una legittima paura, se non ben gestita ed espressa adeguatamente (con l’uso delle prescrizioni riguardanti distanze e dispositivi di sicurezza), può influenzare negativamente la nostra vita sociale, creando difficoltà relazionali pericolose e disfunzionali al nostro benessere. Ma diciamoci la verità…che senso avrebbe ritornare al bar per berci un buon caffè, se lo dovessimo fare scrutando il nostro vicino con sospetto e paura che si avvicini troppo? Non aspettiamoci quindi che altri liberalizzino le nostre attività, senza prima essere sicuri di saper gestire il vero pericolo, ovvero ciò che proviamo. È nelle nostre emozioni e nella capacità di gestirle che possiamo assaporare…l’aroma della vita.

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