“…giusto il tempo di un caffè…” per scoprire le Emozioni: la Rabbia

Uno dei più frequenti luoghi comuni che sentiamo dire sulle emozioni, è che ne esistano di belle e di brutte o, se vogliamo, di giuste o sbagliate, di buone o cattive.

Niente di più sbagliato: le emozioni sono tutte corrette, per il solo fatto che il nostro cervello ci consente di provarle.

Siamo nati con questa facoltà, abbiamo la possibilità di emozionarci e ogni singola emozione ha un suo perché, ovvero una precisa funzione. Pensiamo alla paura, che ha consentito all’uomo di sopravvivere nel tempo e di evolversi imparando a temere ciò che poteva rappresentare un pericolo per la sua stessa vita. O riflettiamo sul valore della malinconia, un momento in cui ci concentriamo su noi stessi e, volgendo lo sguardo al nostro interno, prendiamo del tempo per conoscerci meglio.

Oggi parliamo della rabbia, un’emozione che spesso regole e stereotipi culturali ci chiedono di inibire

Perché ne parlo nella rubrica di un blog dedicato al caffè? Beh, confesso che da sempre, nelle mie lezioni, ho usato un esempio figurato per spiegare ai miei clienti cosa significhi saper gestire un’emozione come la rabbia, che mi riporta esattamente al tema del caffè.

Provate ad immaginare una moka che, messa sul fuoco, inizia lentamente a bollire. Dopo qualche minuto, sentiamo i primi brontolii del caffè che sale e capiamo che tra poco sarà pronto per essere versato nelle tazzine. Poi inizia a diffondersi l’aroma del caffè, che ci fa capire quanto poco manchi alla conclusione dell’operazione. Ma, presi da altre faccende o immersi in una conversazione che ci coinvolge, ritardiamo il momento dello spegnimento del gas.

Cosa succede? La nostra attenzione viene immediatamente richiamata dal rumore anomalo di qualcosa che fuoriesce dalla moka con prepotenza e dall’odore di bruciato che emana la caffettiera….

Cosa è successo? Abbiamo perso l’attimo! Pur sapendo esattamente quale fosse la sequenza delle azioni da compiere e la loro tempistica, abbiamo sottovalutato il nostro tempo di reazione e procrastinato la decisione di intervenire a tempo debito. La stessa, identica, cosa accade quando sentiamo dentro di noi salire un principio di irritazione, nervosismo, fastidio, ma, trattenuti da regole sociali e comportamentali preferiamo non esprimere ciò che proviamo rimandando ad un momento successivo, più idoneo secondo noi, la manifestazione della nostra emozione.

Ed è così che ci accade di trasformarci in moka: anziché versare goccia dopo goccia il liquido che ci pervade, lo rovesciamo con violenza sul destinatario delle nostre rimostranze, trasformando quelli che erano irritazione, nervosismo, fastidio, in collera, esasperazione, furore, ira.

La rabbia infatti è quella particolare condizione emotiva che ci consente di reagire ad un evento percepito come ostacolo intenzionalmente frapposto, da qualcuno o qualcosa, tra noi e la realizzazione del nostro benessere (sia esso la soddisfazione di un bisogno, la necessità di protezione o la realizzazione di un obiettivo). Per sua stessa natura, quindi, la rabbia produce in noi un’energia che ci porta all’azione (positiva e finalizzata alla rimozione dell’ostacolo) e non chiede di essere repressa, ma gestita per venir espressa adeguatamente. Sopprimere, ignorare, soffocare, bypassare ciò che proviamo, ci porterà soltanto a rimandare il momento inevitabile in cui l’energia accumulata chiederà con prepotenza di uscire allo scoperto, ma lo farà forse nel modo e nel momento più sbagliati.

Ricordiamo che non sono mai le emozioni che proviamo ad essere sbagliate, ma lo può essere il modo in cui le esprimiamo. E mi raccomando, se per leggere queste poche righe avete dimenticato il caffè sul fuoco….non arrabbiatevi troppo!

 

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